ACCADEMIA NAZIONALE
DELL'OLIVO E DELL'OLIO
bandiera italiana dell'accademia dell'olivo e dell'olio

Convegni

Svoltosi  il 7 e 8 aprile 2017 a cura dell'Accademia Nazionale dell'Olivo
L'Accademia Nazionale dell'Olivo e dell'Olio ed il Comune di Spoleto hanno proposto, in occasione dell' appuntamento con Olivolio Spoleto, un convegno su "Innovazione di processo e di prodotto nella filiera olivicolo-olearia Italiana", che si e' tenuto venerdì 7 e sabato 8 aprile a Spoleto, nella cornice dello storico Chiostro di San Niccolò. leggi tutto

 

 Il rilancio dell’olivicoltura italiana: aspetti tecnici e linee guida

13-14 novembre 2015 - Spoleto (PG)

L’Accademia Nazionale dell’Olivo e dell’Olio ha organizzato un convegno al Teatro Caio Melisso - Spazio Carla Fendi - sul tema Il rilancio dell’olivicoltura italiana: aspetti tecnici e linee guida, in cui sono state presentate le soluzioni tecniche e le linee di indirizzo per il rinnovo degli oliveti italiani in modo da orientare gli investimenti secondo criteri di convenienza economica, di affidabilità e di sostenibilità ambientale. In tale ambito è stata sottolineata la necessità che le nuove tipologie di impianto e la moderna gestione dell’oliveto si inseriscano in modo coerente con gli altri segmenti della filiera e garantiscano il rafforzamento della già spiccata identità della nostra produzione olivicola. Il convegno si è prefisso non solo di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici ma soprattutto fornire un’occasione di confronto e dibattito tra le istituzioni nazionali e regionali anche in vista della recente emanazione del Piano Olivicolo Nazionale da parte del Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF). Proprio il Piano Olivicolo Nazionale con lo stanziamento di 32 milioni di Euro si propone di contrastare in modo strutturale il calo di competitività da cui è afflitta l’olivicoltura italiana. Alti costi di produzione e bassa produttività degli impianti tradizionali hanno, infatti, determinato una progressiva diminuzione della produzione nazionale.

Il convegno è stato l’occasione per rappresentare la situazione dell’olivicoltura italiana, con i suoi 160 milioni di olivi piantati su ben 1 milione e 150mila ettari di terreno in tutto il paese, centinaia di varietà e oltre 40 DOP, e tracciare gli scenari percorribili per lo sviluppo della filiera nel prossimo futuro.  Durante i lavori è emerso che, sul piano della produzione, l’Italia risulta essere il secondo produttore di olio al mondo con 450mila tonnellate, dietro alla Spagna che di tonnellate ne produce oltre 1250mila. Ma la competitività dell’olio italiano sul mercato mondiale è decisamente in crisi da alcuni anni a questa parte. Del resto, il nostro paese è rimasto sostanzialmente fermo alla quantità prodotta nel quinquennio 1990/1994, laddove invece la Spagna è passata, tra il 2009 e il 2013 ad un +122,7% della produzione rispetto al periodo 1990/1994. Senza considerare, peraltro, che nello stesso periodo paesi non tradizionalmente presenti come la Nuova Zelanda, la Cina, l’Argentina, il Sud Africa o il Cile hanno esteso la loro produzione nazionale, immettendosi nel mercato internazionale.

Il 75% della produzione italiana arriva da tre regioni: Puglia (172mila tonnellate prodotte nel 2014), Calabria (106) e Sicilia (41). L’Umbria si attesta al nono posto di questa classifica delle regioni, con solo 5mila tonnellate di olio prodotto, insieme a Basilicata, Molise e Liguria.

Per quanto riguarda l’import-export di olio, siamo secondi anche nell’esportazione, sempre dietro alla Spagna, con una media 2014 di 369mila tonnellate di olio esportato, per un valore di oltre 1200 milioni di euro. Ma siamo anche il primo paese importatore di olio, con 550mila tonnellate (pari, in valore, a 1160 milioni di euro). Parte dell’olio che consumiamo arriva proprio dalla Spagna, che nel 2014 ci ha venduto quasi 560mila tonnellate di olio, seguita dalla Grecia (oltre 55mila tonnellate), dalla Tunisia (25mila) e dal Portogallo (20mila). Intanto il nostro olio si dirige, invece, verso gli Stati Uniti principalmente, che ne importano quasi il 29%, la Germania, la Francia e il Giappone.

Se non cambia qualcosa, dunque, secondo gli esperti riunitisi a Spoleto, il futuro per i produttori olivicoli italiani e l’intera filiera nazionale si prospetta ancora peggiore, con l’aumento dell’offerta quantitativa, ma anche qualitativa, da parte dei paesi concorrenti, ed un’ulteriore perdita di quote di mercato per l’Italia.

Per scongiurare questa situazione si deve ricorrere, inevitabilmente, ad una olivicoltura moderna, che si caratterizzi per elevata efficienza e costi di produzione inferiori a quelli attuali. Pertanto, è indispensabile che aumenti la produzione olivicola attraverso una gestione innovativa e meccanizzata degli impianti, che valorizzi, peraltro, le tante cultivar italiane. Il processo di intensificazione colturale prevede, inoltre, l’aumento del numero di alberi ad ettaro e l’impiego dell’irrigazione.

Tra i costi che incidono di più sulla redditività degli oliveti ci sono la raccolta e la potatura. La prima rappresenta, in media, il 29% del costo di produzione, arrivando anche al 49% se fatta manualmente o riducendosi al 22% se meccanizzata. Per la potatura la percentuale è del 29% del costo di produzione. E’ evidente l’importanza di ridurre l’incidenza di tali costi per aumentare la competitività della produzione italiana attraverso la meccanizzazione di queste fasi.

Dalle relazioni presentate è anche emerso che la tecnica colturale va adeguata in base alle caratteristiche dell’oliveto. Ad esempio, una potatura minima o semplificata risponde all’esigenza di assicurare una piena funzionalità delle chiome, di ridurre notevolmente i costi e di rispettare le norme in termini di sicurezza riducendo gli infortuni da caduta, così come la raccolta meccanizzata permette di ridurre i costi di produzione e di aumentare la resa dell’oliveto.

Tra le politiche concretamente da portare avanti, dunque, la costruzione di un valore differenziale del nostro olio di qualità dl campo alla bottiglia, investimenti in ricerca, innovazione e formazione, la razionalizzazione degli impianti e la sensibilizzazione sia della distribuzione che della ristorazione verso un nuovo modello di consumo di olio che favorisca le produzioni locali. Ben vengano anche appuntamenti specifici che promuovono le tipicità locali, permettendo al consumatore finale di conoscere meglio il prodotto e di essere più consapevole nel suo utilizzo.

In tutto ciò, un ruolo fondamentale lo svolge il settore pubblico che, nella consapevolezza del valore strategico che il settore olivicolo ha per il nostro paese a livello internazionale, è chiamato a sostenerlo attraverso finanziamenti mirati e politiche di supporto.

Il convegno, che ha visto la partecipazione di oltre 180 persone, ha fornito numerose occasioni di dibattito e confronto al termine di ciascuna sessione. Molte sono state le domande e i commenti ai diversi relatori, con interazioni frequenti anche al di fuori delle sessioni di lavoro. La formula organizzativa che ha previsto il coinvolgimento non solo di ricercatori del settore ma anche di responsabili di associazioni di categoria, dirigenti del Mipaaf e imprenditori olivicoli si è rivelata vincente per fornire, attraverso i contributi di tutti gli intervenuti, un quadro ampio ed approfondito delle esigenze e delle priorità dei diversi segmenti della filiera.

Insieme alle istituzioni locali, rappresentate dal Sindaco del Comune di Spoleto Prof. Fabrizio Cardarelli, dall’Assessore Regionale all’Agricoltura Dr.ssa Fernanda Cecchini, sono intervenuti rappresentanti nazionali delle associazioni dei produttori, dei trasformatori e degli industriali. Hanno chiuso gli interventi il Dirigente del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, Dr.ssa Eleonora Iacovoni, e il Funzionario del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, Dr. Giovanni Di Genova.

Un’iniziativa nazionale con uno sguardo ai futuri scenari internazionali, che ha affrontato le nuove soluzioni tecnico-produttive per valorizzare l’olio extra-vergine di oliva, cercando allo stesso tempo di orientare gli investimenti in ricerca e sviluppo secondo criteri di convenienza economica, di affidabilità e di sostenibilità ambientale.

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